ESSERCI NUMERO 01 – INTERVISTA A LUDOVICA Infermiera e dirigente CISL FP Romagna
“Il sindacato siamo noi, se scegliamo di esserci”

PRIMA DI TUTTO, ESSERCI.
Un’infermiera, il lavoro di cura, la rappresentanza sindacale e una convinzione semplice: prendersi cura significa anche non voltarsi dall’altra parte. Ludovica racconta cosa significa vivere ogni giorno l’ospedale e, allo stesso tempo, scegliere di esserci per le colleghe e i colleghi.
- Ludovica, hai 39 anni e lavori come infermiera all’Ospedale di Ravenna. Il tuo è un lavoro di cura, ma prendersi cura degli altri può assumere tante forme: nella sanità, nel lavoro, nella comunità, nell’impegno sociale. Quanto pensi sia importante, oggi, scegliere di dedicare una parte di sé agli altri, alla solidarietà e al bene comune?
Credo che oggi dedicare una parte di sé agli altri sia una scelta importante, forse ancora più di prima.
Quando fai l’infermiera impari molto presto che davanti a te non hai semplicemente una persona da assistere, ma una persona che spesso ha paura, che soffre, che si trova in un momento di fragilità. E allora capisci che anche un gesto che può sembrare piccolo può avere un grande significato. Con il tempo ho portato questo modo di vedere le cose anche fuori dal reparto. Mi sono resa conto che prendersi cura significa anche non rimanere indifferenti davanti alle difficoltà dei colleghi, alle ingiustizie o alle situazioni che possono essere migliorate. La solidarietà, per me, significa non voltarsi dall’altra parte quando qualcosa non funziona o quando una persona ha bisogno di essere ascoltata. Anche un piccolo gesto, una parola, il mettersi a disposizione possono contribuire a costruire un ambiente di lavoro e una società più attenta alle persone. Alla fine, quello che lasci agli altri vale molto più di quello che tieni soltanto per te.
- Ogni giorno vivi l’ospedale da professionista, ma anche da rappresentante sindacale. Quanto queste due esperienze si influenzano a vicenda?
Si influenzano continuamente, perché io non sono una sindacalista che osserva il mondo della sanità da fuori: io quella realtà la vivo ogni giorno sulla mia pelle. Sono infermiera. Vivo i turni, le responsabilità, le difficoltà organizzative, la fatica e anche le soddisfazioni che questo lavoro porta con sé. Quando mi siedo a un tavolo sindacale, quindi, non porto soltanto delle richieste: porto la voce di chi conosco perché è la mia stessa realtà. Allo stesso tempo, l’esperienza sindacale mi ha insegnato a guardare oltre il mio singolo punto di vista. Ho imparato ad ascoltare persone diverse da me, con problemi e sensibilità differenti, e a cercare soluzioni che possano essere utili a una comunità di lavoratori. Forse è proprio questo il valore più grande delle due esperienze insieme: il lavoro mi mantiene con i piedi per terra, il sindacato mi ricorda che da soli si può affrontare un problema, ma insieme si può provare a cambiarlo.
- Cosa significa, concretamente, essere una sindacalista dentro l’ospedale? Quali sono le difficoltà e le richieste che i lavoratori ti affidano più spesso?
Significa, prima di tutto, esserci. Essere sindacalista non significa soltanto sedersi a un tavolo o parlare di contratti. Significa essere quella persona che un collega può fermare in corridoio, alla fine di un turno, per raccontare un problema. E spesso dietro una domanda apparentemente semplice c’è molto di più: c’è stanchezza, c’è la sensazione di non essere valorizzati, c’è il bisogno di capire se quello che sta succedendo è corretto oppure no. Le questioni sono tante: organizzazione del lavoro, turni, carichi di lavoro, diritti contrattuali, valorizzazione professionale, riconoscimento delle competenze. Ma c’è una cosa che ho imparato: prima ancora di cercare una soluzione, bisogna saper ascoltare. E non sempre è facile. A volte non puoi dare subito la risposta che una persona vorrebbe. Però puoi darle una cosa altrettanto importante: la certezza che il suo problema è stato ascoltato e che qualcuno proverà ad affrontarlo. Per me essere sindacalista significa proprio questo: trasformare una difficoltà individuale in una battaglia collettiva quando quella difficoltà riguarda anche altri.
- Perché, secondo te, è importante che chi lavora in sanità partecipi attivamente alla vita sindacale oltre a chiedere aiuto quando c’è un problema?
Perché se ci ricordiamo del sindacato soltanto quando abbiamo un problema, arriviamo spesso troppo tardi. I diritti non sono qualcosa che ci viene semplicemente consegnato. Sono il risultato di persone che, prima di noi, hanno scelto di partecipare, discutere, protestare e mettersi in gioco. E penso che questo valga ancora di più oggi, in una sanità che sta attraversando trasformazioni importanti. Chi lavora ogni giorno nei reparti conosce meglio di chiunque altro quello che funziona e quello che non funziona. La nostra voce deve arrivare ai tavoli dove si prendono le decisioni. Per questo vorrei vedere più partecipazione, anche da parte di chi è critico nei confronti del sindacato. Anzi, dico spesso che anche il dissenso può essere utile. Se qualcosa non ti convince, vieni e dimmelo. Confrontiamoci. Perché il sindacato non dovrebbe essere visto come qualcosa di distante dai lavoratori. Il sindacato siamo noi, se scegliamo di esserci.
“Quando siamo soli possiamo lamentarci; quando siamo insieme possiamo provare a cambiare le cose”
- Se dovessi rivolgere un messaggio alle tue colleghe e ai tuoi colleghi dell’Ospedale di Ravenna, soprattutto a chi oggi pensa che “il sindacato non serva”, cosa diresti loro?
Direi di non giudicare il sindacato soltanto da quello che si vede dall’esterno, ma di provare a partecipare, fare domande, confrontarsi e capire concretamente cosa viene fatto ogni giorno. Il sindacato non è una persona o una sigla: siamo noi lavoratori. Più partecipiamo, più abbiamo la possibilità di far sentire la nostra voce. A chi oggi pensa che il sindacato non serva direi semplicemente: venite a vedere, venite a confrontarvi con noi e portate le vostre idee. Anche essere critici è importante, perché il confronto ci permette di capire cosa possiamo fare meglio. Io credo che, soprattutto in sanità, non possiamo permetterci di essere divisi. Abbiamo bisogno di tutelare il nostro lavoro, la nostra professionalità e la qualità del servizio che ogni giorno garantiamo ai cittadini. E credo che la vera forza del sindacato nasca proprio dalla partecipazione delle persone. Perché io continuo a credere in una cosa molto semplice: quando siamo soli possiamo lamentarci; quando siamo insieme possiamo provare a cambiare le cose.